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Le 1000 gru di Hiroshima di Sadako Sasaki

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Parlare di Hiroshima e Sadako Sasaki oggi

Si dice che l’obiettivo di quel giorno fosse Kyoto.

Ma Kyoto si salvò perché bella.

Hiroshima era invece sacrificabile.

Si dice anche che Hiroshima (lett. “isola larga”) fosse interessante per motivi sperimentali: vedere gli effetti di una bomba lanciata dove la terra incontra il mare. Se la potenza sarebbe stata più o meno devastante del previsto.


Hiroshima ed io

Io amo viaggiare. Di certo, però, non è mio desiderio ritrovarmi assorbita dai luoghi che hanno segnato in modo così definitivo e tragico il corso della storia.

Se non fossi approdata ad Hiroshima, un giorno d’estate di qualche anno fa, però, non avrei mai incontrato lei, Sadako Sasaki, e la storia delle 1000 gru di origami.

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Veduta di Hiroshima

Di tutte le visite che ho compiuto nel mondo, e non sono tante, ma nemmeno poche, questa fu decisamente quella che mi rimane tuttora così impressa, da non necessitare né di filmati né di fotografie per essere ricordata.

Del resto, complice una debole pioggia che impregnava ogni mio passo, complice anche il senso di silenzio e rispetto che quel luogo esige, di foto e video non ne ho poi tanti.

Ecco dunque la storia di una piccola parte del mio viaggio ad Hiroshima, e di quando scoprii Sadako Sasaki e la storia delle 1000 gru.

Non posso certamente dire sarà una storia allegra. Mi piacerebbe, però, riuscire a raccontarvi quel senso di comunità e unione che quel luogo riuscì a trasmettermi.

Un senso di collettività che prende vita e si rinforza da un senso ancora più profondo che è quello della responsabilità.

Non solo di custodire la memoria di ciò che si è fatto, ma anche di preservare il futuro nostro e di chi verrà dopo di noi, affinché storie come quella di Hiroshima e della piccola Sadako Sasaki non debbano mai più ripetersi.


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Il mio arrivo a Hiroshima

Scesi alla stazione di Hiroshima, ebbra di emozione per la mia prima corsa in shinkansen.

A Hiroshima il cielo era plumbeo e triste, quasi un’eco di quello che avrei visto di lì a poco.

In verità, la città mi si spiegò davanti agli occhi allegra. Un’allegria che mi parve artefatta, quasi un instinto di protezione verso quello che è il cuore ferito della città.

E chi lo sa se le mie conclusioni fossero affrettate, o meno.

Per la mia compagna di viaggio, una ragazza sui 30 anni che mi ospitava già da qualche settimana a Kōbe (il racconto del mio viaggio è qui), Hiroshima apparteneva al passato. Era giusto ricordare quanto era accaduto, ma lei stessa era lì per la prima volta.

Guardava le cose con sottile disincanto, come se niente potesse scalfirla, e non capivo se il suo sorriso e le sue fotografie fossero un modo, tutto giapponese, per mascherare una sofferenza che era nata con lei o se, effettivamente, con un’abilità che io di certo non ho, fosse in grado di prendere distanza dalle cose.

Ovviamente non ottenni risposta ma credo che, come per tutte le cose, la verità sia un bilanciamento tra i due opposti.

L’arrivo ad Hiroshima ed al suo carico di emozioni fu stemperato, però, nelle acque che separano la città dall’isola di Miyajima e dal Santuario, a guisa di volo d’uccello, che ivi è ospitato.

Il giorno dopo tornammo, e il cielo si fece più cupo.

Era giorno, ma quasi non sembrava.

Camminammo a passi veloci nella pioggia, tra grattacieli di vetro, modernissimi, il ricordo dei deliziosi okonomiyaki della sera prima ben impresso nei nostri stomaci.

E dunque giungemmo.

Il Parco della Memoriale della pace di Hiroshima

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Il Parco del Memoriale della Pace una volta entrati dall’ingresso accanto al Museo

Chi ha visitato Hiroshima sa che la visita ai “luoghi della bomba” è concentrata in un posto piuttosto piccolo.

Subito alla destra dell’ingresso del Parco, vi è un grande edificio che ospita il Museo memoriale della pace di Hiroshima (広島平和記念資料館, Hiroshima Heiwa Kinen Shiryoukan).

Linee bianche, sobrie ma affilate lo contraddistinguono. Dai vetri osservai fotografie e tabelle. Non avemmo cuore di entrare.

Coperte dai nostri ombrelli, ci incamminammo verso il cuore del parco.


Il cuore del Parco di Hiroshima: il Cenotafio

Avanzando a piccoli passi, si ingrandiva alla vista il simbolo di quel parco, la cui costruzione iniziò pochi anni dopo il 1945.

Un grande arco ricorda le vittime della bomba nucleare.

Venne progettato negli Anni Cinquanta da Kenzo Tange, noto architetto di quegli anni.

Qui, nel giorno dell’anniversario, si tengono ogni anno cerimonie di commemorazione il cui apice viene raggiunto alle ore 08.15, l’ora esatta dell’esplosione.

Ciò che colpisce di più, almeno che colpì me, fu la vista della Fiamma della Pace.

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Il Cenotafio del Parco della Pace di Hiroshima

La Fiamma della Pace

Sorretta da due mani in cemento, dal 1 Agosto 1964 brucia una fiamma, la Fiamma della Pace.

Fu un’emozione osservarla brillare mentre tutt’intorno erano rivoli d’acqua che ci inzuppavano.

Sembrava che nulla potesse contrastare la discesa copiosa dell’acqua, se non quella fiamma, costantemente alimentata.

Un monito, un appello affinché i governi dismettano le armi nucleari. Chissà se mai cesserà di bruciare.

Vederla così vivida, imperitura, però, fu anche il primo momento in cui mi sentii parte di quel momento. In cui sentii che le mie stesse braccia si fondevano in quelle di cemento, a voler portare insieme a quelle, e quelle di tutti in verità, quel messaggio di pace.

Come tutto se n’era andato in un bagliore di fuoco, così ora un fuoco è mantenuto acceso a perenne ricordo.


Hiroshima National Peace Memorial Hall

Poco distante dalla Fiamma della Pace, il luogo che per me fu il più debilitante, anche fisicamente, dell’intera visita.

Custoditi all’interno di un monumento bianco che si tuffa nella terra, vi sono i nomi dei caduti e le testimonianze dei sopravvissuti.

Si succedono sale di fotografie, sale dove nomi si susseguono ad altri senza fine.

Non vi può essere una fine, del resto: tra le 90 e le 166.000 si stimano siano state le vittime, quasi tutte civili, dei bombardamenti di Hiroshima.

Vi è poi una sala, molto piccola, con poche sedie e un proiettore, dove senza fine si odono le voci dei sopravvissuti. Non voglio dire cosa udii perché sarebbe troppo doloroso da scrivere e per voi da leggere.

Basti sapere che si esce da lì e non si è più gli stessi. Il senso di oppressione è asfissiante. Il senso di colpa e di responsabilità per quello che noi abbiamo fatto e continuiamo a fare ogni giorno. Non importa se noi non c’eravamo, non importa se non abbiamo premuto noi quel pulsante.

Si tratta di una responsabilità dilaniante che abbiamo in quanto uomini.

Vi è soprattutto una sala che ricorderò per sempre.

Una sala circolare con il soffitto a volta.

Completamente vuota se non per un dettaglio nel centro, che rappresentava il punto dove la bomba cadde.

Tutt’intorno si passeggiava nel vuoto.

Perché il vuoto lasciò la bomba.

Nelle pareti erano segnati i nomi dei paesi vicini e la distanza dal punto in cui la bomba cadde.

Paesi cancellati.

Camminare dentro quella sala divenne febbrile.

Da un lato, si voleva incasellare nella memoria ogni nome di quelle città, come per non dimenticarlo mai più.

Dall’altro, si voleva solo coprire gli occhi, impedirsi di vedere ancora.

Pochi minuti e ci ritrovammo a incedere nella pioggia battente.

Era venuto il momento di incontrare Sadako.


La storia di Sadako Sasaki, la bambina delle 1000 gru di Hiroshima

Il memoriale alla piccola Sadako nel Parco della Pace di Hiroshima

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Il memoriale a Sadako Sasaki a Hiroshima

Mentre ci si avvicina al simbolo di Hiroshima, la Cupola della Bomba Atomica, anche in un giorno di pioggia si vede la luce, come sembra venir diffusa dal memoriale a Sadako Sasaki.

Si tratta di una statua, posta a consistente altezza (circa 6 metri), che rappresenta la bambina con le braccia spalancate verso il cielo mentre sorregge la struttura di una gru d’origami.

Si legge un’iscrizione nel monumento a Sadako: “Questo è il nostro pianto, questa la nostra preghiera. Per la costruzione della pace nel mondo”.

Tutt’attorno, ed è ciò che colpisce di più, teche di vetro al cui interno sono custoditi migliaia e migliaia di coloratissime gru d’origami fatte dai bambini delle scuole del Giappone. Una memoria perpetua e quantomai viva di ciò che Sadako Sasaki fece finché in vita.

Affinché Sadako, contrariamente a quanto accadde, non muoia mai.


La vita di Sadako Sasaki

La piccola Sadako aveva 2 anni quando la bomba esplose a 1,7 km dalla sua casa, dove in quel momento si trovava.

L’impatto la sbalzò dalla finestra ma venne ritrovata illesa, apparentemente in buone condizioni.

Crebbe in salute, almeno sembrava, fino all’undicesimo anno di età quando, di ritorno da una gara in bicicletta, tornò particolarmente affaticata.

Già negli anni aveva manifestato sul corpo segni di quella che poi fu la diagnosi per tante, troppe persone sopravvissute alla bomba (gli hibakusha, 被爆者, lett. “coloro che sono stati colpiti dal bombardamento”): leucemia.

Nell’ospedale in cui venne ricoverata, lo Hiroshima Red Cross Hospital, Sadako Sasaki venne a conoscenza da una sua amica della storia delle 1000 gru di origami.

Un’antica leggenda giapponese racconta infatti come chiunque riuscirà a creare 1000 gru di origami vedrà un suo desiderio esaudito dalle divinità (千羽鶴, senbazuru, lett. “1000 gru di origami”). Alcune versioni dicono anche che realizzare quel numero di origami donerà salute e guarigione da ogni malattia.

Nella simbologia giapponese, infatti, la leggiadra figura della gru è simbolo di longevità.

La piccola Sadako, dalla sua stanza di ospedale, provò nell’intento.

Alcuni dicono che riuscì a costruirne 644. Altri che ne costruì più di 1000.

Ciò che importa è che il messaggio di pace si diffuse nel mondo e continua tuttora a farlo. Migliaia di origami giungono da ogni dove dal Giappone e dal mondo intero per ricordare Sadako Sasaki e Hiroshima.


La Cupola della Bomba Atomica

Con il cuore gonfio e, allo stesso tempo, ispirato alla leggerezza, camminammo verso i confini del parco.

Poco lontano dal monumento a Sadako vi è anche la Campana della Pace, con una frase attribuita a Socrate, il famoso “Conosci te stesso”.

Ormai, però, il corpo è come proteso verso la fine della visita, il momento in cui si vedrà il Genbaku Dōmu (原爆ドーム), la Cupola della Bomba Atomica.

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La Cupola della Bomba Atomica

Lungo le rive del fiume Motoyasu, resta a perenne memoria uno dei pochi edifici sopravvissuti all’impatto.

Mentre quel poco che restava degli altri fu abbattuto per creare il Parco, questo invece rimase, anche se fu oggetto di grande dibattito. Chi voleva che venisse cancellato, chi invece voleva che restasse a perenne ricordo.

Gli anni passarono ma lo Hiroshima Prefectural Commercial Exhibition, inaugurato nel 1915, è tuttora lì, nel cuore della città. Nessuno tra chi si trovava al suo interno sopravvisse.

Non riuscimmo a fermarci a lungo davanti al Genbaku Dōmu.


Continuammo invece il nostro percorso nelle viscere di quella città ferita.

Visitammo il Castello, bellissimo ma polverizzato dalla bomba e, dunque, ricostruito.

Visitammo parchi meravigliosi, in uno dei quali vi era (e penso vi sia tuttora) una scritta su di una panchina a ricordare che la bomba aveva polverizzato ogni cosa fino a quel preciso punto.


Le parole di Sadako Sasaki

Non posso, e non desidero, concludere questo racconto in modo diverso da questo, con le parole di Sadako Sasaki, la bambina delle 1000 gru di Hiroshima…

Scriverò pace sulle tue ali
intorno al mondo volerai
perché i bambini non muoiano più così


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About Elisa Borgato

Scrivo da sempre. Amo la natura, viaggiare in solitaria, la spontaneità e gli imprevisti (anche se quest'ultimi non sempre o, almeno, non subito!). Sono laureata in Lingue e Culture dell'Asia Orientale... Sì, ho studiato il giapponese, e dal 2021 ho deciso di trasformare questa mia passione per l'Asia in un blog, LeggiMee. Qui scrivo del Giappone che mi più mi appassiona, ma racconto anche storie brevi e mi lascio andare all'improvvisazione!
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