Racconti

Disgusto nel pullman per Folkshore

“Disgusto nel pullman per Folkshore” è il racconto di un viaggio appartenente alla serie dei Racconti Interrotti.

Che cos’è il disgusto per il protagonista di questo racconto? Dove sta andando?

Puoi leggere il racconto direttamente qui sotto!

Buona lettura!


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Disgusto nel pullman per Folkshore

Racconto di un viaggio in pullman

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Disgusto.

Questo provo per tutto ciò che vedo e sento, per tutto ciò che mi circonda. Non è che non mi piaccia o semplicemente mi dia noia. Mi disgusta proprio nell’incarnazione più viva del termine, come se tutto attorno a me stesse lentamente annegando nell’opacità lutulenta del vivere. Io stesso sono immerso in questa opprimente fanghiglia, macerando i miei pensieri nell’inutile banalità del quotidiano.

Stanchezza. Il pullman mi ha abbandonato sul ciglio di una strada diretta a nord.
A bordo, una marmaglia informe di soggetti così ordinari da suscitarmi la più viva rabbia. Mi pulsa il sangue nelle vene nello scorgere nell’autista l’ombra di un uomo deformata dal crogiolarsi nella sua melmosa apatia. Una fotografia ingiallita di quella che doveva essere la sua famiglia posa immancabilmente sul cruscotto. Vuole farci credere di essere un uomo dabbene ma non me la bevo.

Nessuno qui lo è.

Nemmeno quella signorina impettita in quarta fila che scruta i passeggeri del pullman dall’alto della sua nauseabonda alterigia. Pensa di poterci giudicare dall’alto della sua spocchia, ma anch’essa balla con noi nel fetore di questo bus.

Chissà quante ne avrà viste, il pullman ovviamente, che almeno non pretende di essere null’altro che un obsoleto mezzo di trasporto a pochi cents, una vera manna per noialtri senza quattrini. I sedili sono sfondati, le tende sdrucite. Probabilmente produce anche una quantità di fumi così neri e tossici da essere fuori norma. Ma al pullman tutto ciò non importa, e continua ad andare.

Io stesso ho deciso di perderci qui quasi due giorni. Non mi si chieda il perché di queste quasi quaranta ore, perché non lo so.

Dico io, perché uno dovrebbe scegliere di rinchiudersi qui, in un luogo che detesta, circondato da gente disgustosa, se non ha un motivo.

Sì, perché ormai se non hai un motivo, non vai da nessuna parte. Non mi alzo nemmeno dal letto, se non ho un motivo, si sente dire.

Il motivo è il senso delle giornate di chi non lo sa trovare, dico io.

Machiavellico forse, ma, per quello che mi riguarda, tutto ciò non ha importanza, se alla fine i risultati sono questi.

Forse che quei bambini stralunati nella foto di quell’autista imbalsamato lo fanno essere meno imbalsamato?

O l’arroganza di quella signorina imbellettata la rende forse diversa da me? Siamo tutti qui, immersi fino al collo in questo schifo.

Angosciarsi, lottare: sono cose senza senso, meri inganni per illuderci che qualcosa esiste e che ne siamo parte.
Senza alcun tipo di piano, sono dunque sceso alla fermata di questa strada sconosciuta.


La ragazza altezzosa…

Con me è scesa anche la ragazza altezzosa. Ora che la vedo da vicino, noto che uno spesso strato di trucco nasconde delle rughe non più tanto incipienti. È vestita in modo impeccabile, elegante persino, tranne per le scarpe consunte, così logore che sembra possa rimanere scalza da un momento all’altro.

Quel dettaglio così dissonante, a tratti comico, mi rende la ragazza tutt’ad un tratto interessante. Ecco, se qualcuno lo vuole sapere, io sono fatto così.

Sono per le note fuori dal coro, gli scoppi di immotivata follia in un mare altrimenti piatto, la strenua vivacità della gramigna in un altrimenti perfetto prato inglese.

Chi potrebbe essere quella donna, dove potrebbe andare. Qual è il suo motivo. Le possibilità risuonano infinite.

Non oso rivolgerle la parola, intento come sono a non rompere l’incanto di quel dissetante sprazzo di inaspettato. Come il pullman, però, anche la ragazza presto si dilegua, trascinando il segreto delle scarpe logore con sé.

Il luogo dove ho improvvisato il termine del mio lungo viaggio in pullman non vale certamente le ultime quaranta ore, ma posso dirmi comunque soddisfatto, il che è già qualcosa.


La locanda di Folkshore…

A pochi metri dall’anonima fermata, trovo un’altrettanta anonima insegna di una locanda. È un luogo di passaggio, senza alcun tipo di velleità o pretesa. Qui gli ospiti arrivano, si rifocillano e ripartono.

Nulla di interessante accade qui, come l’anziano tizio alla reception sembra ben sapere. Sembrerebbe la copia del fiacco autista di autobus di poc’anzi, se quella nota di azzurra consapevolezza non galleggiasse nei suoi occhi stanchi.

Lui sa. E come non potrebbe?

Nulla accade in questo ordinario albergo ma tutto sempre continua a scorrere.

Ogni giorno egli accoglie e lascia andare, e così da tutta una vita. Una lezione che tutti dovremmo imparare.

Cerco di intavolare una conversazione con questo signore, forse ne avrebbe voglia anche lui ma egli, come prevedendo la banalità di quello che probabilmente direi, fortunatamente mi ferma e mi consegna una vecchia chiave piuttosto arrugginita.

“Benvenuto a Folkshore, signore. Se desidera, qui ci sono delle mappe dei luoghi più belli della zona. Avrà uno sconto se presenta la mappa nei ristoranti della città etichettati con il bollino giallo. Buona permanenza” conclude meccanicamente.

L’anziano signore accenna un inchino e sprofonda dietro ad una malconcia poltrona dove sembra passare la maggior parte del tempo.

Prendo una delle mappe, lo ringrazio e rapidamente mi avvio verso la mia stanza. Non ho alcuna intenzione di uscire fino all’indomani.

Dagli infissi piuttosto usurati della mia stanza, sento un grande viavai di persone e cose.

Al di fuori, tutto turbina incessantemente e non sembra mai fermarsi. Ed io sono in balia di tutto ciò. Fermamente instabile.

Quale sia la ragione che mi ha portato proprio a Folkshore, come detto, proprio non la conosco. A dire il vero, non so nemmeno se la voglio approfondire. Devo forse farlo?

L’improvviso lampeggiare del cellulare dimenticato nella tasca del borsone interrompe il mio flusso di pensieri. Decido di non indagare e lo ignoro. Sono quasi tentato di spegnere il telefono o, addirittura, liberarmene. Prendo mentalmente nota di farlo nei prossimi giorni.


In giro per Folkshore…

La camera è piuttosto calda e il climatizzatore non sembra voler funzionare a dovere. Sembra proprio che per questa sera dovrò contravvenire già alla prima delle intenzioni che avevo sin dal mio arrivo qui, ovvero di non uscire.

La distanza tra me e il tutto si assottiglia.

L’aria di Folkshore è spessa e umida.

Come ultima tappa del mio viaggio, non mi sembra davvero di aver fatto centro.

Vicino a me, quelli che inequivocabilmente potrei definire come turisti stranieri, anche piuttosto sparuti, si sventolano ossessivamente con dei ventagli dai loghi improbabili, acquistati alle bancherelle qui di fronte. Hanno con loro la stessa mappa che avevo preso nel mio alloggio.

Con un riflesso involontario nascondo la mia nelle profondità del borsone.

Decido di dirigermi verso il porto, che altro non è che un vecchio molo di pescatori, ormai anche semi abbandonato, adagiato su una baia di antica bellezza.


La vista del faro…

Tutto il paese, non saranno più di cinquemila persone, è proteso verso il faro, a mio avviso l’unica vera attrazione della zona.

La sua vertiginosa altezza verso il cielo plumbeo di Folkshore evoca certe iconiche scenografie dal fascino vagamente hollywoodiano.

Solitario, misticamente avvolto da una velata bruma, si erge su una torbida e affilata scogliera, e mi domando se qualcuno lo abiti ancora.

A quante storie sul mondo potrebbe dare voce dall’alto della sua quieta prospettiva, storie di mare, di bufere, vicende umane di amori, gioie e tragedie.

racconto di un viaggio in pullman leggimee

Quante speranze vedrebbe sorgere e tramontare come soli dalla sua piccola e lontana finestra, senza mai davvero voler abbracciare nessuna di esse.

Se dovessi rinascere, sicuramente rinascerei uomo del faro di Folkshore.


La sera…

La brezza della sera curiosamente non accenna a smorzare il caldo afoso della cittadina.

I turisti si affollano sul lungomare, disperdendosi da ristoranti e panchine davanti al molo. Un diffuso chiacchiericcio riempie gaiamente l’aria.

Sono quasi tentato di approfittare anch’io di uno di quei ristoranti contrassegnati dal bollino giallo e assorbire un po’ di quella gioiosa leggerezza.

Di nuovo il luccichio dello schermo del cellulare cattura il mio vagare. È Jill con il suo ennesimo: “Rispondimi, dobbiamo parlare”.

L’assurda banalità di quelle poche parole, veicolate da un aggeggio che può farmi raggiungere ovunque e in ogni istante nonostante sia dall’altro capo del mondo, per quello che ne sa Jill o chiunque altro in questo momento, mi irrita profondamente.

Nessun filtro, né barriera.

Siamo costantemente bersagliati, in un’infinità di modi diversi e sempre più diretti, dai pensieri degli altri, che ci piaccia o meno.

La nostra bramata libertà, quella che disperatamente ricerchiamo e che pensiamo vanamente di trovare lasciandoci alle spalle miglia e miglia, in realtà non esiste. Semplicemente non può.

È un pensiero così chiaro quello che mi colpisce, quanto lo schermo di questo cellulare, che mi risucchia ipnoticamente nel vortice di ricordi e sensazione che vorrei solo evitare.

“Per favore”. E di nuovo il disgusto mi assale. Forse il richiamo ad un nuovo viaggio in pullman e ad un nuovo racconto?


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About Elisa Borgato

Scrivo da sempre. Amo la natura, viaggiare in solitaria, la spontaneità e gli imprevisti (anche se quest'ultimi non sempre o, almeno, non subito!). Sono laureata in Lingue e Culture dell'Asia Orientale... Sì, ho studiato il giapponese, e dal 2021 ho deciso di trasformare questa mia passione per l'Asia in un blog, LeggiMee. Qui scrivo del Giappone che mi più mi appassiona, ma racconto anche storie brevi e mi lascio andare all'improvvisazione!
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